“Evangelici” in tempi di manipolazione del nome
Un’intervista a Giacomo Ciccone, presidente dell’AEI
Roma (AEI), 18 aprile 2026 – “Sostenitori di Trump”; “guerrafondai”; “politicamente di destra”. Queste e altre sono le etichette che l’opinione pubblica tende ad affibbiare agli evangelici specialmente negli ultimi mesi. È ovvio che alcuni fenomeni mediaticamente rumorosi, specialmente legati ad alcuni contesti statunitensi, si riverberano su tutti coloro che si identificano come evangelici, ma che inorridiscono di fronte a questa caricatura. Questa etichettatura produce due effetti: da un lato alimenta caricature e sospetti verso le chiese evangeliche; dall’altro spinge alcuni credenti a pensare che l’unica via d’uscita sia abbandonare il termine.
Ne abbiamo parlato con Giacomo Ciccone, presidente dell’Alleanza Evangelica Italiana, organismo rappresentativo del movimento evangelico italiano, in rete con l’Alleanza Evangelica Europea e Mondiale.
D: Presidente Ciccone, partiamo dall’attualità. Gli evangelici sono associati a personaggi come Paula White, consigliera spirituale del Presidente Trump, e Peter Hegseth, Segretario della guerra dell’Amministrazione americana. Cosa ne pensa?
Un misto di indignazione e di desiderio di chiarezza. Penso che le recenti affermazioni del giorno di Pasqua di Paula White che ha paragonato ed accostato il presidente Trump a Gesù Cristo siano blasfeme. Sono manichee le posizioni di Hegseth e di quel movimento comunemente definito come “nazionalismo cristiano” che, attraverso l’uso strumentale e sconsiderato della Scrittura, identificano popolo di Dio e nazione americana e gettano anatemi contro altre nazioni.
D: A questa confusione ha contribuito anche Franklin Graham, molto conosciuto tra gli evangelici italiani …
Sì, dispiace notare il passivismo di leader come Franklin Graham che, nonostante le opportunità di vicinanza al presidente degli Stati Uniti, continua ad allinearsi acriticamente al potere rimanendo incapace di incarnare alcuna responsabilità profetica e si confonde entro una postura servile. Vede, premesso che ciascuno dovrà rispondere di persona delle proprie decisioni, è avvenuto che, appena dopo gli incensamenti di Paula White, dopo le sortite di Hegseth e dopo le omissioni e le difese d’ufficio di Franklin Graham, il presidente Trump si è sentito autorizzato a rilasciare affermazioni come “Colpiremo l'Iran con forza e lo riporteremo all'età della pietra” o anche ad affermare irresponsabilmente “Un'intera civiltà morirà stanotte”, ed infine si è spinto a postare sui social immagini blasfeme autocelebranti. Tutto questo dovrebbe far riflettere.
D: In che senso?
Queste caricature di fatto gettano una luce sinistra su tutti coloro che portano il nome di evangelici. Sentiamo tutti la sfida come credenti a considerare come onorare la testimonianza evangelica e il termine stesso “evangelico” in un mondo in cui strumentalizzazioni e manipolazioni sono sotto la luce del sole. È necessario un atto di responsabilità: non consegnare il nome “evangelico” alle sue distorsioni, ma chiarirne il significato, viverlo con coerenza e sottrarlo a ogni appropriazione ideologica. In tale prospettiva, la nostra identità evangelica non si misura dall’allineamento a un leader o a una piattaforma politica, né da appartenenze nazionali o ideologiche. Essa si riconosce nel Vangelo di Gesù Cristo e si esprime in una testimonianza che unisce verità e grazia, convinzione e mitezza, umiltà e speranza.
D. Ad esempio, rispetto alla guerra in corso, a cosa possono ispirarsi gli evangelici per coltivare una prospettiva biblica?
Di recente il Consiglio esecutivo Federale dell'Alleanza Evangelica Italiana ha rilasciato un documento contenente 9 punti per un discernimento evangelico (“Giustizia e pace si sono baciate: nove punti per un discernimento evangelico” (9 marzo 2026), volendo ribadire la propria chiamata alla fedeltà al Vangelo e rimanendo in preghiera per la grave situazione internazionale.
D. Ce lo può riassumere?
Nel documento abbiamo ricordato che la situazione internazionale chiede ai credenti non il silenzio dell’indifferenza, né il clamore della faziosità, ma una parola sobria e chiara, radicata nella Scrittura e attenta al grido di una terra lacerata.
Mentre riconosciamo la dignità inviolabile di ogni essere umano creato a immagine di Dio, fermamente condanniamo sia il terrorismo ma anche la prerogativa di ciascun governo ad usare la forza senza alcun limite.
Mentre rifiutiamo ogni pretesa teocratica ed ogni forma di dominio che confonda l’autorità politica con una legittimazione religiosa, ci opponiamo anche ai nazionalismi idolatrici che trasformano la politica in liturgia e la guerra in destino. Mentre scorgiamo questi pericoli nell’integralismo di matrice islamica o di altre sensibilità religiose, siamo maturi a ravvisarli anche in ambienti cosiddetti “cristiani” ed anche in contesti cosiddetti “evangelici”.
Poi ci sono questioni di sistema che non possono essere banalizzate. Noi chiediamo il rispetto pieno e non selettivo del diritto internazionale umanitario e restiamo responsabilmente sensibili al rischio nucleare: va ristabilito con urgenza un controllo internazionale reale e trasparente sui programmi bellici.
Noi evangelici siamo convinti che giustizia e pace non siano beni separabili e continueremo serenamente a tutelare le minoranze e a difendere la libertà religiosa per tutti.
Sopra ogni altra cosa, desideriamo onorare Dio in tutte queste sfide mantenendo anche un atteggiamento di preghiera perseverante e fiduciosa, che si fa intercessione, ravvedimento, servizio e prossimità verso chi soffre.
D. Tornando ai fraintendimenti attuali, è da stigmatizzare l’impegno pubblico degli evangelici sempre e comunque?
No, gli evangelici sono chiamati a partecipare alla vita pubblica come cittadini responsabili e rifiutando ogni tentativo di identificare il Vangelo con uno schieramento. Per custodire la credibilità della testimonianza evangelica, chiediamo alle chiese e ai credenti di non lasciarsi catturare da dinamiche di tribalizzazione, demonizzazione dell’altro, linguaggi aggressivi o retoriche messianiche applicate al potere politico. La nostra fedeltà è a Cristo, e proprio questa fedeltà richiede verità, discernimento, ravvedimento continuo e una concreta vocazione alla riconciliazione.
D. Come si può coltivare una presenza evangelica fedele nella società?
Più che rincorrere appartenenze o parole d’ordine, abbiamo bisogno di comunità cristiane radicate nella Scrittura, sobrie nel linguaggio, serie nella preghiera, credibili nel servizio, libere dagli idoli del potere e vicine a chi soffre. È da questo stile evangelico — fatto di fedeltà, umiltà, responsabilità e carità — che può maturare anche una presenza pubblica limpida, non rumorosa ma riconoscibile. L’identità evangelica non è una bandiera ideologica, ma una confessione di fede e una forma di vita: Cristo al centro, la Scrittura come norma, la grazia come fondamento, la chiesa come comunità di discepoli, il prossimo come responsabilità, lo Spirito Santo come potenza e guida. In questo senso intendiamo custodire e testimoniare pubblicamente il nome evangelico con fermezza: non per difendere un’etichetta, ma per onorare il Vangelo di Gesù Cristo.
D. Dobbiamo allora abbandonare il termine evangelico?
Assolutamente no. Sul dovere di non abbandonare il termine evangelico alle sue distorsioni, ma di chiarirlo e custodirlo in modo biblicamente responsabile, condivido quanto scritto da Leonardo De Chirico nell’articolo “Il termine “evangelico” sopravviverà al ciclone trumpiano?” (14/4/2026). Dobbiamo semmai sempre coltivarlo rimanendo in rete con organismi evangelici che desiderano onorare questo nome, non per vanità, ma per fedeltà al Signore.