Alcuni anni fa, incontrò un certo successo una simpatica canzoncina, che, ironicamente, addossava le responsabilità di qualsiasi disavventura degli italiani a un personaggio politico di primissimo piano. Dalla delusione sentimentale al crollo della borsa: per ogni guaio, di qualsiasi dimensione o portata, c’era lo zampino dell’eminente personaggio. In pochi versi, l’autore evidenziava un atteggiamento che, solitamente, è tipico dei discorsi da bar, ma che, in fin dei conti, è un vizio radicato e diffuso nelle abitudini degli italiani, a ogni livello: la fuga dalle responsabilità.
Basta seguire un telegiornale, una rubrica di approfondimento o un qualsiasi dibattito, per notare questa tendenza nelle più svariate sfumature. La causa di qualsiasi problema è imputata sistematicamente a qualcuno o a qualcos’altro! Sono veramente poche le persone realmente disposte ad assumersi le proprie responsabilità.
La situazione è abbastanza confusa, perché si tratta, non semplicemente di rimuovere le proprie colpe, ma addirittura di sorvolare sui propri doveri. Il politico che non amministra, o lo fa male, davanti ai propri fallimenti attribuisce la responsabilità ai cittadini, che non l’avrebbero capito, o ai suoi predecessori, che gli avrebbero lasciato un’eredità difficile. Nel mondo del lavoro, il dipendente che non svolge il compito per cui è pagato, fa rimbalzare la responsabilità sulle spalle del sindacalista, il quale la gira poi all’imprenditore. In ospedale, il medico che non vuole riconoscere i limiti propri e della scienza, è schiacciato dalle pretese del paziente, il quale è a sua volta schiacciato dal peso della propria sofferenza e immaturità nell’affrontarla.
In famiglia, padri incapaci di guidare scaricano le proprie responsabilità su mogli emotive, le quali le scaricano sui figli ribelli, che le riscaricano sui genitori, che le scaricano sulla scuola, che le scarica sul governo… e il “girotondo” dello scaricabarile potrebbe continuare all’infinito!
Sembra un quadro paradossale, ai limiti del grottesco, ma non si può negare che la società in cui viviamo funzioni precisamente in questo modo. Le strutture, le relazioni, le istituzioni sono profondamente rovinate. Nessuno guida e nessuno segue; nessuno decide e nessuno esegue; nessuno s’impegna e nessuno risponde; tutti rimproverano e imprecano.
In nome dell’uguaglianza tra gli esseri umani si è prodotto un appiattimento generale dei ruoli. Così, tutti si sentono autorizzati a fare ogni cosa, pur non avendone la competenza, ma ben pochi sono disposti a rispondere delle proprie decisioni, parole e azioni. La responsabilità è rimossa, trasferita, minimizzata o addirittura ignorata. Davanti all’impegno che essa richiede, ci si nasconde, si sfugge, si ricorre a trucchi e a mistificazioni.
Siamo coscienti di non aver scoperto nulla di nuovo. In fondo, questo atteggiamento è vecchio quanto l’uomo (basti pensare alla prima reazione di Adamo, messo a nudo dal giudizio di Dio: “È stata la donna, che Tu hai messo al mio fianco”. Fallì, non riconobbe le proprie responsabilità, e in un colpo solo le riversò su Dio e su Eva!
Intendiamo semplicemente rilevare che quella fin qui descritta non è la prospettiva dell’Alleanza Evangelica italiana. Proprio dall’ultima Assemblea Federale, ampiamente documentata in questo numero, è emerso il riferimento a una sana visione biblica della responsabilità.
Nel breve ma intenso discorso del neo-eletto presidente, Roberto Mazzeschi, si è potuto infatti apprezzare, oltre a una piena consapevolezza della chiamata di Dio al servizio, una grande determinazione nell’assumere l’incarico con l’impegno e le rinunce che esso comporta.
Ecco lo spirito cristiano cui ci si associa volentieri! Nessuna fuga, nessuna rimozione, nessun ridimensionamento, nessun trasferimento, nessun fatalismo, ma la ferma convinzione che la vocazione cristiana genera la responsabilità, alimenta la creatività e supporta qualsiasi sforzo.
s.d.b.
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