“NORMALE”

L’estate è ormai un ricordo. È stata un’estate “calda”, sotto molti punti di vista. Mentre avanziamo verso quello che è stato descritto come un autunno altrettanto “caldo” (non certo per le temperature…), quali sono i ricordi estivi che costituiscono il nostro bagaglio? E quale peso avranno questi ricordi sulla nostra vita quotidiana?

     Al di là delle tante possibili risposte a queste domande, con relative “chiavi di lettura” dei fatti, una cosa mi pare inequivocabile: dall’ultimo numero d’Ideaitalia ad oggi, sono successi almeno due gravi eventi che meritano di essere ricordati, anche perché entrambi, benché non in ugual misura, hanno sconvolto il concetto stesso di vita “normale”.

     Innanzi tutto, alludo ai drammatici episodi di violenza e di “guerriglia urbana” che lo scorso luglio hanno contrassegnato le giornate dei lavori del G8 a Genova, e che hanno continuato, per quasi tutta l’estate, a tener banco con un interminabile e intollerabile “palleggio” di accuse, contro-accuse, giustificazioni e dichiarazioni di responsabilità fra maggioranza e opposizione in Parlamento…

     Quando, ormai, in Italia ci si era quasi rassegnati a quest’avvilente gioco a rimpiattino, ecco sopraggiungere, improvviso e con inaudita tragicità, il secondo evento: il giorno che, a detta di tanti, sarà ricordato come la data di una svolta epocale nella storia umana – l’11 settembre.

     L’attacco terroristico perpetrato quel giorno contro le torri gemelle del World Trade Center di New York e il Pentagono di Washington, con il massacro di vite umane che ha causato e con i “venti di guerra” che ha innescato, ha lasciato esterrefatti per l’audacia e l’efferatezza con cui è stato attuato. Il sapore amaro della propria vulnerabilità di individui e di nazioni davanti a queste (e ad altre possibili) manifestazioni orripilanti del “male” è diventato sempre più palpabile, non soltanto nei discorsi dei politici, ma anche negli sguardi e nelle parole della gente comune. La paura di essere allo scoperto di fronte a un nemico invisibile, ma potentissimo, si è diffusa a macchia d’olio in molti Paesi del mondo, e non soltanto in quelli dell’Occidente industrializzato. Ed è una paura che si farà fatica a debellare.

     E il popolo di Dio? Che cosa fa in casi del genere? Alcuni credenti, pur provando un gran dispiacere per quanto accaduto, si sono limitati come al solito a osservare che, in fondo, “c’era da aspettarselo: è evidente che siamo negli ultimi tempi!”. Eppure, nell’attesa del beato ritorno di Cristo, la Chiesa di Dio continua ad avere, e a dover svolgere, il ruolo di “sale della terra” e di “luce del mondo”, non meno in situazioni di particolare tribolazione, sofferenza e ingiustizia sociale.

     D’altronde, se è vero che le parole “venga il Tuo Regno”, contenute nella cosiddetta preghiera del “Padre nostro”, si riferiscono a un Regno che “non è di questo mondo”, i cui sudditi sono anche chiamati a patire ingiustizie e a soffrire come cristiani, è altrettanto vero che i lineamenti di questo Regno si stagliano in maniera precisa e rilevante ogni volta che l’uomo dimostra di essere homini lupus (un lupo nei confronti del suo simile). Perché? Perché “il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Ro 14:17). È un Regno i cui sudditi proclamano il principio di un Dio-Re che governa su tutto e che affida un po’ della propria autorità alle nazioni civili, perché amministrino la giustizia, reprimano il male e mantengano l’ordine sociale tramite normative e leggi rette. È un Regno, infine, i cui sudditi s’impegnano regolarmente a manifestare dipendenza dal loro Re, fede nella Sua saggezza e potenza, comunione fraterna, e fiduciosa speranza nella forza della preghiera, anche quando le risposte alle richieste tardano ad arrivare.

         I terroristi dell’11 settembre scorso, con il loro attacco, hanno pensato di mettere in ginocchio gli USA. Similmente, coloro che mirano a mettere in ginocchio la Chiesa di Dio, perseguitandola in ogni parte del mondo, non si rendono conto di quanto appropriata e valida sia quest’analogia. Infatti, è quando la Chiesa è in ginocchio per pregare, che riceve forza e consolazione dal suo Signore. Ecco la “molla” che, già da alcuni anni, spinge più di 150 milioni di credenti, raggruppati nella WEA (l’Alleanza evangelica mondiale), a considerare irrinunciabile l’appuntamento di novembre con la Giornata Internazionale di preghiera per la Chiesa perseguitata (quest’anno, a discrezione delle varie chiese locali, si potrà scegliere fra domenica 4 e domenica 11).

     Niente di più “normale”. Niente di più benedetto!

G.P.

L'Alleanza Evangelica Italiana

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