![]()
È fatta. I candidati alla guida del prossimo governo hanno già ricevuto l’investitura e sono sul piede di partenza per la campagna elettorale. Si tratterà di una campagna lunga e logorante. Si alimenteranno sospetti e dispetti. Si passerà dalle valutazioni estetiche dei candidati a insinuazioni più subdole e viscide. Se ne parlerà sui giornali e nei mass media, nei salotti e nei corridoi.
Agli argomenti dell’una e dell’altra parte sarà dato uno spazio assai relativo. Tanti dovranno accontentarsi di messaggi promozionali molto discutibili, e un gran numero di cittadini sarà tenuto all’oscuro delle vere questioni in ballo. Ci si sciacquerà la bocca con tiritere inutili e avvilenti, che hanno ben poco da spartire con la dignità del confronto politico.
Molti italiani faranno ancora l’esperienza della katalalía, cioè, della maldicenza e della calunnia. Ci saranno, quindi, molti katalaloi – persone che si realizzano nel parlare male dell’altro e che fanno di tutto perché non si arrivi neppure a identificare i criteri per definire ciò che vale o non vale.
Come si fa a parlare di programmi in una società senza coordinate culturali o con coordinate culturali cariche di patologie? Si può dire che il Paese abbia veramente una cultura dello Stato o, più semplicemente, di un sano vivere civile?
Ci sono seri dubbi a questo riguardo, e si può ben capire perché la katalalía riesca ad avere successo. L’assenza di sane coordinate culturali finisce per alimentare un’immagine mediocre e a tratti odiosa della politica.
Ma che c’entra questo con le comunità cristiane? Nonostante l’ambizione di vivere in un mondo a sé stante, anche le chiese devono talvolta affrontare questioni di questo tipo. Non stupisce allora che le Scritture mettano in guardia contro i katalaloi (Ro 1,30; 2 Co 12,20).
Molto prima delle viscide campagne elettorali attuali, la Bibbia aveva sottolineato la necessità di una buona condotta dei cristiani, per smascherare le calunnie dei pagani (1 Pi 2,12). La maldicenza rimane, infatti, un odioso peccato da cui guardarsi (1 Pi 2,1-3; Gm 4,11). Qualche tempo fa, due persone, in circostanze diverse, mi hanno detto che si rammaricavano di non averci contattati, perché era stato loro parlato male di noi.
Se si prendono sul serio questi esempi, si deve ammettere che anche nei corridoi e sui pulpiti delle chiese si trovano dei katalaloi interessati a condizionare gli altri senza argomenti seri, persone che si avvalgono del loro ruolo per criticare e fare maldicenza. Davanti sorridono, dietro calunniano, rendendo estremamente difficile ogni confronto tra persone. E allora si capisce perché si debba abbassare lo sguardo per salutare le persone calunniate.
La katalalía ha evidentemente molta presa là dove mancano chiare coordinate dottrinali, o dove esse non sono esplicite né coerenti. È mai possibile che anche nelle chiese sia in corso una perenne campagna elettorale?
La “Giornata internazionale di preghiera per la chiesa perseguitata”, che ha visto l’impegno dell’AEI a vari livelli, si è mossa invece su un piano assai diverso. Lo stesso va osservato per la “Settimana mondiale di preghiera”, che l’Alleanza promuove da così tanti anni. In questi casi si è assai distanti dalla katalalía e dal blaterare. È un modo finalmente per congelare e bloccare un rito e, chissà?, per disegnare orizzonti meno mortificanti.
p.b.
![]()