L’obiettivo

Scene da un ordinario dibattito sulla pace

Buonismo pacifista e realismo cristiano

 L’invito è per il giorno seguente e mi viene rivolto da un ragazzo gentile e quasi deferente.

   Nel corso di un’assemblea autogestita, gli studenti di un liceo vogliono affrontare il tema della pace e, tra le altre, vogliono sentire la voce di un evangelico.

   La situazione internazionale sta catalizzando l’attenzione sull’Iraq e gli studenti vogliono dialogare con chi ritengono possa avere qualcosa da dire: gli esponenti delle religioni.

   Il papa è molto esposto, l’Islam è nell’occhio del ciclone, Bush viene ritenuto un fondamentalista protestante.

   Nel clima pluralistico che respirano a scuola, hanno pensato di invitare un prete cattolico, un pastore protestante e un rappresentante islamico.

   Arriva la mattina del dibattito. L’aula è piena, l’attenzione palpabile. Comincia il prete, che incentra il suo intervento sul concetto di fratellanza. In sostanza: se siamo tutti fratelli, perché ci facciamo la guerra? Non abbiamo ancora capito che facciamo tutti parte della stessa famiglia? E poi, la guerra non è mai “giusta”, che diamine!

   Si capisce che i ragazzi accolgono con entusiasmo questo discorso un po’ massimalista e idealistico. È politicamente corretto dire che siamo tutti fratelli ed è parte del linguaggio del pacifismo cattolico.

   Mi chiedo: serve ad affrontare il dramma attuale? Aiuta a comprendere le ragioni che spingono gli uni e gli altri a fare la guerra? Ci permette di affrontare il problema del terrorismo? Permette di capire gli interessi economici e politici in gioco?

   No, ma forse i ragazzi vogliono che si rientri negli stereotipi buonisti del linguaggio religioso, più che dibattere sulle questioni in gioco.

   Nonostante le mie perplessità, il prete riceve uno scrosciante applauso.

   Tocca all’islamico. Il personaggio si presenta bene e fa anch’egli un discorso suadente. L’Islam, in sé, non è violento, come certi ignoranti lo dipingono. Al contrario, è la religione della pace e della tolleranza. Ci sono islamici buoni (la stragrande maggioranza) e ce ne sono di cattivi (Bin Laden e pochi terroristi). Peccato che non ricordi i talebani, la jihad islamica in Israele, la persecuzione dei cristiani in Pakistan, in Indonesia, in Sudan…

   È l’Islam buono o quello cattivo quello che non garantisce i diritti elementari di libertà religiosa in quasi tutti i Paesi arabi e in quelli a maggioranza islamica?

   Gli studenti non sembrano interessati a provocare l’interlocutore con domande scomode. È rassicurante pensare che il tanto paventato “scontro di civiltà” sia soltanto un’idea balzana di qualche “fondamentalista” d’Oltreoceano. Fa comodo rimuovere la “guerra santa” dal Corano e dalla cultura islamica.

   Nessuno incalza l’amico islamico sulla reciprocità. Se è giusto avere gli stessi diritti, perché nei Paesi islamici i cristiani non hanno gli stessi diritti della maggioranza? Non ci vuole grande acume politico per farsi questo interrogativo, ma il clima buonista e superficiale dev’essere mantenuto. Il dialogo non deve problematizzare, ma solamente rinforzare la voglia di pace. Anche l’islamico viene applaudito fragorosamente.

   Tocca a me. Sono un po’ imbarazzato perché non mi ritrovo nella parte che mi vorrebbero assegnare. Leggo alcuni brani dalla lettera ai Romani. Contrariamente a quanti molti pensano, la Bibbia dice che non c’è nessun giusto, neppure uno. Altroché “personcine” per bene! Siamo portatori di guerra dentro il nostro cuore!

   La shalom di Dio è la pacificazione unilaterale di Dio con la creatura ribelle. Giustificati per fede, abbiamo pace con Dio. La pace non è un assoluto, ma il risultato di una relazione riconciliata. La stessa Lettera parla anche del magistrato come ministro di Dio che porta la spada e che la usa.

   Nel nostro mondo, senza l’uso giusto della forza da parte di autorità legittime, ci sarebbe ancor più ingiustizia. Il Cristianesimo ha elaborato la teoria della “guerra giusta”, quando la causa del conflitto è giusta, l’autorità che lo dichiara è legittima e quando ogni sforzo è stato fatto sino in fondo per evitarlo.

   In questo senso, la guerra all’Iraq non è “giusta”, perché nessuno dei tre criteri è stato seguito. I motivi di questa guerra sono stati economici e geo-politici. Detto questo, non ci si può riempire la bocca con il pacifismo, come se vivessimo in un altro mondo rispetto a quello in cui viviamo. Concludo, dicendo che il Cristianesimo aiuta a essere realisti nell’analisi della situazione, nella comprensione dei soggetti coinvolti e nelle motivazioni che sottendono lo scontro.

   Qualcuno applaude, più per par condicio che per convinzione. Forse si aspettavano qualcosa di diverso. Forse pensavano che il Cristianesimo si limitasse a un discorso consolatorio e idealistico.

   Il dibattito che segue, tuttavia, dimostra che gli unici argomenti che hanno suscitato qualche sussulto, sono stati i miei. Non è gran cosa: è arrivato mezzogiorno, e la voglia di andare a casa supera quella di continuare a discutere. La pace val bene un dibattito, a patto che non metta in discussione niente!

Leonardo De Chirico

L'Alleanza Evangelica Italiana

 

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